Basilica Palladiana (stampa d’arte)

La tavola, in tiratura limitata, è una pittura a matita. Ad accompagnarla, un testo del prof. Franco Barbieri, storico dell’arte.

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PER LA RINASCITA DELLA BASILICA PALLADIANA UNA STAMPA DA COLLEZIONE FIRMATA DA MIRCO GROTTO CURATA DA GILBERTO PADOVAN EDITORE

Un omaggio a Vicenza e alla sua bellezza antica che sfida lo scorrere del tempo: quella bellezza che oggi, con la rinascita della Basilica Palladiana come opera d’arte e come centro vivo di cultura, ritrova finalmente una parte fondamentale di sé.

Questo intende essere la raffinata stampa d’arte dedicata al celebre monumento che Gilberto Padovan Editore pubblica in tiratura limitata, dopo averne affidato la realizzazione, significativamente, a un artista vicentino: Mirco Grotto, già conosciuto e apprezzato a livello nazionale per il suo talento, che si esprime nel solco di un iperrealismo nel quale si coniugano grande tecnica e profonda sensibilità.

Impressa su carta d’arte in formato 83×66, l’opera è una mirabile pittura a matita, valorizzata da una sapiente resa a stampa. Questa particolare tecnica – assai meno diffusa della china, comunemente utilizzata in analoghe realizzazioni – è stata scelta allo scopo di esaltare al meglio il gioco di ombre determinato dal contrasto di vuoti e pieni tipico del monumento simbolo della città di Vicenza, e la sua imponente maestosità temperata dalla morbidezza delle forme, testimonianza tra le più splendide della visione neoclassica del famoso architetto che il mondo ci invidia.

Presa da un’ottica elevata e angolare, nella tavola la Basilica si fa ammirare in tutto il suo splendore, distesa tra la Piazza dei Signori e la vicina Piazzetta Palladio e con la Torre Bissara svettante al suo fianco.

Tra le opere più significative di Andrea Palladio, questo edificio vanta una storia secolare. A ricordarla, nel testo che impreziosisce la cartella contenente la stampa di Mirco Grotto, è il prof. Franco Barbieri, storico che più di ogni altro ha approfondito l’analisi del patrimonio artistico e architettonico della città e tra gli studiosi dell’opera di Andrea Palladio più autorevoli a livello internazionale.

Nel luogo ora occupato dalla Basilica Palladiana – esordisce Barbieri – era, nel settore orientale, il ‘Palatium Vetus’, prima sede del Comune risalente circa alla metà del secolo XII: munito di due torri aveva una cappella, accoglieva la ‘camera degli Anziani’ e vi si amministrava la giustizia. A oriente, vi si univa il ‘Palatium Communis’ ove, su possenti arconi opera (1222-1223) di provetti ‘magisteri de Cremona’, stava il ‘Salone dei Quattrocento’”.

Fra distruzioni e riedificazioni, il sito – divenuto “Palazzo della Ragione”, sede delle magistrature – ha attraversato i secoli, essendo a più riprese oggetto di interventi. Per uno di questi si propose appunto, nel 1546, Andrea Palladio. La discussione si prolungò per alcuni anni, coinvolgendo anche altri possibili firmatari dell’opera di ristrutturazione, dal Rizzo allo Spavento, al celebre Giulio Romano. La scelta cadrà definitivamente sul Palladio l’11 aprile 1549, dando il via a una costruzione che durerà vari decenni, vedendo anche, nel frattempo, la morte dell’architetto, nel 1580.

Con comprensibile orgoglio – ricorda Barbieri – lo stesso Palladio, nella versione definitiva del suo Trattato, ‘I Quattro Libri dell’Architettura’, edito a Venezia nel 1570, esprime ferma certezza che il complesso vicentino da lui in tal modo creato possa a buon diritto vantarsi ‘tra le maggiori’ e ‘più belle fabbriche’ che siano state fatte ‘dagli antichi in qua’, e non solo per la eccellenza della realizzazione architettonica quanto anche ‘per la materia durissima e viva’: le pietre bianche delle cave di Piovene, da provette maestranze ‘commesse e legate insieme con somma diligenza’. Visione invero ‘eroica’ e di forte tensione ideale, cui mai verrà meno nei secoli ammirato consenso, da quello dei contemporanei cinquecenteschi fino alle più scaltrite voci della attuale moderna critica: e che oggi – conclude lo studioso – il tratto vibrante e sensibile di Mirco Grotto intende, in questo suo disegno, farci ancora una volta rivivere”.