Vedute di Vicenza e del Teatro Olimpico nel 1700

Quattordici rare incisioni di Cristoforo Dall’Acqua, stampate in anastatica da Gilberto Padovan editore, su finissima carta d’arte, in tiratura limitata. 

di Franco Barbieri

Licisco Magagnato, commentando da par suo, nel 1952, e tornando in argomento nel 1956, rimane, nei confronti delle “Vedute di Vicenza” di Cristoforo Dall’Acqua, decisamente troppo severo. li Dall’Acqua, nato a Vicenza l’l aprile 1734 e mortovi il 10 novembre 1787, formatosi presso i Remondini di Bassano e, dal 1764, con un grande maestro incisore tedesco, il Wagner, a Venezia, era artista dalla tecnica sicura e godeva di non piccolo prestigio. Forse fuorviava l’amico Licisco la datazione, supposta per indizi pur meditati ma rivelatasi inesatta; l’esecuzione di quelle incisioni dovendosi, a conti fatti, spostare dall’ottavo decennio del ’700 al primo lustro, e non anche concluso, del settimo: diciamo al 1760-1764. Non, dunque, in prossimità o addirittura alle soglie del crepuscolo, ma nel pieno affermarsi dei nuovi fermenti in questa Vicenza che vive, attorno e dopo la metà del secolo XVIII, una delle sue più intense e più qualificanti stagioni: possiamo anzi dire la più alta dopo quella della Rinascenza e del maturo Cinquecento. Vi è ancora operoso un Domenico Cerato, avanti di lasciarla per la cattedra dello Studio padovano, con tutto il peso del suo vigile razionalismo e della sua spregiudicata azione didattica; mentre perdurano il ricordo e l’esempio di Giovanni Antonio Checcozzi, il discusso canonico della Cattedrale, in odore di Giansenismo e addirittura, per cinque anni, prigioniero dell’Inquisizione. Ciò nonostante, nel 1756, i suoi funerali si erano risolti in un trionfo di partecipazione commossa: tanto che uno dei più insospettabili esponenti dell’ “establishement” locale, l’Arnaldi Tornieri, aveva perfino tratteggiato, del sospetto defunto, una biografia decisamente apologetica. Nel 1761, ecco apparire il “Forestiere istruito” di Ottavio Bertotti Scamozzi: un simpatico libretto, in fluida stesura dialogica, interlocutori il nostrano Leandro con un Guglielmo, forestiere e, specificatamente, londinese, conterraneo, quindi, di quegli architetti e raffinati “dilettanti” – da Mattehew Brettingham il vecchio a William Chambers, da Robert e James Adam a Cristopher Wren il giovane – che da tempo frequentavano, sulle orme di Inigo Jones, la città del Palladio e dello Scamozzi. Intanto, quel “Forestiere”, si inserisce in maniera degnissima nella vasta produzione parallela, a diffusione davvero internazionale, dei rinomati “book of travels”, acquistando ben presto vasta risonanza in Italia e fuori. Le tavole, si badi, vi sono incise proprio dal nostro Dall’ Acqua: il cui segno nitido e sicuro asseconda docilmente l’intento bertottiano di puntuale presentazione e “recupero” visivo, al di là delle trasformazioni e delle manomissioni, dei più insigni monumenti cittadini. L’anno successivo, Enea Arnaldi dà alle stampe il suo opuscolo illustrativo della “Idea di un teatro simile a’ teatri antichi all’uso moderno accomodato”: portando notevole contributo alla incisiva polemica in atto sulla struttura della sala teatrale, ottiene larghi consensi e fornirà, sulla questione, suggerimenti allo stesso acido Milizia. In parallelo, sul versante operativo, l’Arnaldi ha già eretto, in Campo Marzo, la cavallerizza, dal 1752 al 1754: costruzione semplice e severa, era però destinata a divenire, in forza della scelta dell’area “suburbana” fuori della Porta del Castello e subito oltre il purtroppo distrutto Arco trionfale seicentesco del Revese, una tappa, iniziale quanto determinante, della prossima valorizzazione del Campo Marzo. Qui, del resto, già tendevano a gravitare, avvicinando reciprocamente la città alla sua imminente collina, i nuovi Portici di Francesco Muttoni: esplicita, precoce manifestazione del “nuovo corso” nella Vicenza settecentesca, già in armonia con i principi del “funzionalismo” appena predicato dal Lodoli e dal Memmo, e giusto ultima ti, almeno nelle sue linee essenziali, -dopo tante discussioni e traversie, proprio nel dicembre 1761 a collegamento delle pendici di Santa Libera con il venerato Santuario di Monte Berico. Tra poco il Bertotti Scamozzi, l’autore del “Forestiere istruito” si porterà direttamente sul campo dell’attività architettonlca; e vi si è ormai avventurato, ventiseienne, Ottone Calderari, studiando, nel 1765, una facciata neopalladiana per S. Girolamo degli Scalzi. Poco prima, passando dalla teoria alla pratica, il Cerato aveva dato mano a “ristrutturare”, dal 1750, palazzo Civena passato in proprietà dei Trissino: in realtà, scorgiamo qui l’occasione, da parte di un tipico rappresentante degli indirizzi più “attuali”, di accostarsi direttamente ad una prestigiosa opera palladiana allo scopo dichiarato di adattarla alle esigenze ·”moderne”. Precedente, d’altronde, fruttuoso quando, plausibilmente in questi anni, tra 1761 e 1763, si metterà mano ad un’altra “ristrutturazione” di celebre, anche se piccola, fabbrica palladiana, la casa Cogollo – per antonomasia, nella tradizione, la “casa del Palladio” – alla salita di S. Corona: essendovi stavolta implicato Enea Arnaldi. I due interventi suscitano discussioni e accesi contrasti; sintomo sicuro della fervida partecipazione con la quale si sentiva, e verrebbe da dire si viveva, in quel clima più libero e vigilante, il ritorno del Palladio: non più dogma intoccabile ma suscettibile di interpretazione critica. Del resto, sono appena dieci anni che Giorgio Massari ha dato in città un saggio eloquente del suo caratteristico, raziocinante palladianesimo nella villa-palazzo voluta dall’insigne giurista Angelo Vecchia in contra’ Cantarane. Non sembra negabile che, nel loro impianto scopertamente prospettico, nella tersa nitidezza e nel preciso rigore delle immagini, le vedute del Dall’Acqua si facciano carico di queste valenze plurime, di queste capacità ed energie in attesa della loro imminente fioritura. In esse, Vicenza ci si squaderna dinnanzi dilatata in lunghe fughe “a cannocchiale”, ove si traducono le insostituibili lezioni di un Carlevalis, di un Bellotto e di un Canaletto. D’accordo, vi si coglie, insieme, il gusto della storiella spicciola, meglio, della cronaca minuta se non addirittura dell’ aneddoto: e vi serpeggia un cicaleccio insistente di intriganti comparse, in una sorta di animato palcoscenico ove si reciti di continuo una variopinta commedia in costume. Tuttavia, entro queste inquadrature, dal curioso quanto convinto sapore “divulgativo” dei modernissimi segreti della “camera ottica”, si impone una sicura, lucida volontà di imbrigliare secondo ragione il flusso e i ritmi dell’esistenziale: un intento che rientra, senza dubbio, negli scopi e nei programmi del pensiero “illuminista”. Così come vi appartiene, a buon diritto, quella interpretazione “obiettiva” della città, aliena da ogni esaltazione monumentale, che si concretizza in queste incisioni: nelle quali, conti alla mano, di fabbriche del Palladio se ne riportano tre sole (i Palazzi Chiericati e Porto-Breganze, le Logge della Basilica) e anche, lo vedremo, sotto certe condizioni, deliberatamente “riduttive”. Si aggiunga la capacità di esaltarvi, proprio nella “combinazione” di magari troppo tese scenografie e di qua e là ingombranti personaggi, effetti squisitamente teatrali: in essi Vicenza verifica una volta di più quella sua inc6nfondibile vocazione “scenografica” che l’ha accompagnata fin dal Rinascimento e che si fissa, per sempre, nella “astrazione” delle cinque vie della mitica Tebe, oltre il proscenio dell’Olimpico. Un passaggio, questo dalla città al teatro, dalla configurazione urbana alla scenografia, meno brusco di quel che si pensi e quasi naturale nell’ambiente: e acutamente l’hanno capito, ai nostri giorni, un Guido Piovene o un Goffredo Parise, per i quali la città natale riaffiora costante alla memoria nella sua essenza più profonda e peculiare, amalgama di realtà e di illusione nel suo impianto, appunto, intenzionalmente da “palcoscenico”. Tornando al Dall’Acqua, non va poi dimenticato che è nel clima di bonaria saggezza, di praticità disinvolta e di sostanziale buon senso, espresso nelle “Vedute”, che andava maturando la capacità di adattare il grandioso classicismo palladiano alla cultura, tutta prammatica, della “borghesia” emergente. Passerà poco più di un decennio e vedremo profilarsi all’orizzonte la “rivisitazione” della maggior gloria locale, strenuamente conseguita a “lume di ragione” dal Bertotti Scamozzi: il suo primo volume de “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio raccolti e illustrati” sarà, infatti, del 1776. Sette anni più tardi, nel 1783, l’esito porterà davvero ad elaborare la più coerente interpretazione illuministica della teoria e della prassi palladiane; intanto, subito l’anno successivo 1777 – concomitanza non giurerei proprio tanto fortuita, almeno come dimostrazione di un comune humus culturale – arriverà a Vicenza la sede di quel “Giornale Enciclopedico” della Caminer Turra degno di esser giudicato (Berengo) “l’unica voce risoluta della battaglia illuministica contro la superstizione e il fanatismo nelle province della Repubblica veneta”. Di pari passo, i ricordati Cerato, Arnaldi, Bertotti e mettiamoci pure, degnamente, lo Ziggiotti, sapranno cogliere le qualità essenziali del magistrale comporre architettonico palladiano evitandone, nella loro cosciente aderenza alle situazioni contingenti, i pericoli della “retorica” e sperimentandone l’effettiva traducibilità in modelli applicabili da una società “moderna”. Che allinea ormai, tra i committenti più validi e stimolanti, non solo – anzi in misura progressivamente minore – nostalgici aristocratici “ancient régime” ma industri setaioli, filandieri avveduti, mercanti arricchiti, intraprendenti artigiani, affermati “professionisti”. Quei medesimi cittadini, divenuti più scaltri e decisi, che passeggiano, chiacchierano e scambievolmente si compiacciono nelle vie e nelle piazze del nostro Dall’Acqua: in attesa, tranquilla e fiduciosa, dei tempi immancabili.Vicenza nel Settecento di Franco Barbieri Licisco Magagnato, commentando da par suo, nel 1952, e tornando in argomento nel 1956, rimane, nei confronti delle “Vedute di Vicenza” di Cristoforo Dall’Acqua, decisamente troppo severo. li Dall’Acqua, nato a Vicenza l’l aprile 1734 e mortovi il 10 novembre 1787, formatosi presso i Remondini di Bassano e, dal 1764, con un grande maestro incisore tedesco, il Wagner, a Venezia, era artista dalla tecnica sicura e godeva di non piccolo prestigio. Forse fuorviava l’amico Licisco la datazione, supposta per indizi pur meditati ma rivelatasi inesatta; l’esecuzione di quelle incisioni dovendosi, a conti fatti, spostare dall’ottavo decennio del ’700 al primo lustro, e non anche concluso, del settimo: diciamo al 1760-1764. Non, dunque, in prossimità o addirittura alle soglie del crepuscolo, ma nel pieno affermarsi dei nuovi fermenti in questa Vicenza che vive, attorno e dopo la metà del secolo XVIII, una delle sue più intense e più qualificanti stagioni: possiamo anzi dire la più alta dopo quella della Rinascenza e del maturo Cinquecento. Vi è ancora operoso un Domenico Cerato, avanti di lasciarla per la cattedra dello Studio padovano, con tutto il peso del suo vigile razionalismo e della sua spregiudicata azione didattica; mentre perdurano il ricordo e l’esempio di Giovanni Antonio Checcozzi, il discusso canonico della Cattedrale, in odore di Giansenismo e addirittura, per cinque anni, prigioniero dell’Inquisizione. Ciò nonostante, nel 1756, i suoi funerali si erano risolti in un trionfo di partecipazione commossa: tanto che uno dei più insospettabili esponenti dell’ “establishement” locale, l’Arnaldi Tornieri, aveva perfino tratteggiato, del sospetto defunto, una biografia decisamente apologetica. Nel 1761, ecco apparire il “Forestiere istruito” di Ottavio Bertotti Scamozzi: un simpatico libretto, in fluida stesura dialogica, interlocutori il nostrano Leandro con un Guglielmo, forestiere e, specificatamente, londinese, conterraneo, quindi, di quegli architetti e raffinati “dilettanti” – da Mattehew Brettingham il vecchio a William Chambers, da Robert e James Adam a Cristopher Wren il giovane – che da tempo frequentavano, sulle orme di Inigo Jones, la città del Palladio e dello Scamozzi. Intanto, quel “Forestiere”, si inserisce in maniera degnissima nella vasta produzione parallela, a diffusione davvero internazionale, dei rinomati “book of travels”, acquistando ben presto vasta risonanza in Italia e fuori. Le tavole, si badi, vi sono incise proprio dal nostro Dall’ Acqua: il cui segno nitido e sicuro asseconda docilmente l’intento bertottiano di puntuale presentazione e “recupero” visivo, al di là delle trasformazioni e delle manomissioni, dei più insigni monumenti cittadini. L’anno successivo, Enea Arnaldi dà alle stampe il suo opuscolo illustrativo della “Idea di un teatro simile a’ teatri antichi all’uso moderno accomodato”: portando notevole contributo alla incisiva polemica in atto sulla struttura della sala teatrale, ottiene larghi consensi e fornirà, sulla questione, suggerimenti allo stesso acido Milizia. In parallelo, sul versante operativo, l’Arnaldi ha già eretto, in Campo Marzo, la cavallerizza, dal 1752 al 1754: costruzione semplice e severa, era però destinata a divenire, in forza della scelta dell’area “suburbana” fuori della Porta del Castello e subito oltre il purtroppo distrutto Arco trionfale seicentesco del Revese, una tappa, iniziale quanto determinante, della prossima valorizzazione del Campo Marzo. Qui, del resto, già tendevano a gravitare, avvicinando reciprocamente la città alla sua imminente collina, i nuovi Portici di Francesco Muttoni: esplicita, precoce manifestazione del “nuovo corso” nella Vicenza settecentesca, già in armonia con i principi del “funzionalismo” appena predicato dal Lodoli e dal Memmo, e giusto ultima ti, almeno nelle sue linee essenziali, -dopo tante discussioni e traversie, proprio nel dicembre 1761 a collegamento delle pendici di Santa Libera con il venerato Santuario di Monte Berico. Tra poco il Bertotti Scamozzi, l’autore del “Forestiere istruito” si porterà direttamente sul campo dell’attività architettonlca; e vi si è ormai avventurato, ventiseienne, Ottone Calderari, studiando, nel 1765, una facciata neopalladiana per S. Girolamo degli Scalzi. Poco prima, passando dalla teoria alla pratica, il Cerato aveva dato mano a “ristrutturare”, dal 1750, palazzo Civena passato in proprietà dei Trissino: in realtà, scorgiamo qui l’occasione, da parte di un tipico rappresentante degli indirizzi più “attuali”, di accostarsi direttamente ad una prestigiosa opera palladiana allo scopo dichiarato di adattarla alle esigenze ·”moderne”. Precedente, d’altronde, fruttuoso quando, plausibilmente in questi anni, tra 1761 e 1763, si metterà mano ad un’altra “ristrutturazione” di celebre, anche se piccola, fabbrica palladiana, la casa Cogollo – per antonomasia, nella tradizione, la “casa del Palladio” – alla salita di S. Corona: essendovi stavolta implicato Enea Arnaldi. I due interventi suscitano discussioni e accesi contrasti; sintomo sicuro della fervida partecipazione con la quale si sentiva, e verrebbe da dire si viveva, in quel clima più libero e vigilante, il ritorno del Palladio: non più dogma intoccabile ma suscettibile di interpretazione critica. Del resto, sono appena dieci anni che Giorgio Massari ha dato in città un saggio eloquente del suo caratteristico, raziocinante palladianesimo nella villa-palazzo voluta dall’insigne giurista Angelo Vecchia in contra’ Cantarane. Non sembra negabile che, nel loro impianto scopertamente prospettico, nella tersa nitidezza e nel preciso rigore delle immagini, le vedute del Dall’Acqua si facciano carico di queste valenze plurime, di queste capacità ed energie in attesa della loro imminente fioritura. In esse, Vicenza ci si squaderna dinnanzi dilatata in lunghe fughe “a cannocchiale”, ove si traducono le insostituibili lezioni di un Carlevalis, di un Bellotto e di un Canaletto. D’accordo, vi si coglie, insieme, il gusto della storiella spicciola, meglio, della cronaca minuta se non addirittura dell’ aneddoto: e vi serpeggia un cicaleccio insistente di intriganti comparse, in una sorta di animato palcoscenico ove si reciti di continuo una variopinta commedia in costume. Tuttavia, entro queste inquadrature, dal curioso quanto convinto sapore “divulgativo” dei modernissimi segreti della “camera ottica”, si impone una sicura, lucida volontà di imbrigliare secondo ragione il flusso e i ritmi dell’esistenziale: un intento che rientra, senza dubbio, negli scopi e nei programmi del pensiero “illuminista”. Così come vi appartiene, a buon diritto, quella interpretazione “obiettiva” della città, aliena da ogni esaltazione monumentale, che si concretizza in queste incisioni: nelle quali, conti alla mano, di fabbriche del Palladio se ne riportano tre sole (i Palazzi Chiericati e Porto-Breganze, le Logge della Basilica) e anche, lo vedremo, sotto certe condizioni, deliberatamente “riduttive”. Si aggiunga la capacità di esaltarvi, proprio nella “combinazione” di magari troppo tese scenografie e di qua e là ingombranti personaggi, effetti squisitamente teatrali: in essi Vicenza verifica una volta di più quella sua inc6nfondibile vocazione “scenografica” che l’ha accompagnata fin dal Rinascimento e che si fissa, per sempre, nella “astrazione” delle cinque vie della mitica Tebe, oltre il proscenio dell’Olimpico. Un passaggio, questo dalla città al teatro, dalla configurazione urbana alla scenografia, meno brusco di quel che si pensi e quasi naturale nell’ambiente: e acutamente l’hanno capito, ai nostri giorni, un Guido Piovene o un Goffredo Parise, per i quali la città natale riaffiora costante alla memoria nella sua essenza più profonda e peculiare, amalgama di realtà e di illusione nel suo impianto, appunto, intenzionalmente da “palcoscenico”. Tornando al Dall’Acqua, non va poi dimenticato che è nel clima di bonaria saggezza, di praticità disinvolta e di sostanziale buon senso, espresso nelle “Vedute”, che andava maturando la capacità di adattare il grandioso classicismo palladiano alla cultura, tutta prammatica, della “borghesia” emergente. Passerà poco più di un decennio e vedremo profilarsi all’orizzonte la “rivisitazione” della maggior gloria locale, strenuamente conseguita a “lume di ragione” dal Bertotti Scamozzi: il suo primo volume de “Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio raccolti e illustrati” sarà, infatti, del 1776. Sette anni più tardi, nel 1783, l’esito porterà davvero ad elaborare la più coerente interpretazione illuministica della teoria e della prassi palladiane; intanto, subito l’anno successivo 1777 – concomitanza non giurerei proprio tanto fortuita, almeno come dimostrazione di un comune humus culturale – arriverà a Vicenza la sede di quel “Giornale Enciclopedico” della Caminer Turra degno di esser giudicato (Berengo) “l’unica voce risoluta della battaglia illuministica contro la superstizione e il fanatismo nelle province della Repubblica veneta”. Di pari passo, i ricordati Cerato, Arnaldi, Bertotti e mettiamoci pure, degnamente, lo Ziggiotti, sapranno cogliere le qualità essenziali del magistrale comporre architettonico palladiano evitandone, nella loro cosciente aderenza alle situazioni contingenti, i pericoli della “retorica” e sperimentandone l’effettiva traducibilità in modelli applicabili da una società “moderna”. Che allinea ormai, tra i committenti più validi e stimolanti, non solo – anzi in misura progressivamente minore – nostalgici aristocratici “ancient régime” ma industri setaioli, filandieri avveduti, mercanti arricchiti, intraprendenti artigiani, affermati “professionisti”. Quei medesimi cittadini, divenuti più scaltri e decisi, che passeggiano, chiacchierano e scambievolmente si compiacciono nelle vie e nelle piazze del nostro Dall’Acqua: in attesa, tranquilla e fiduciosa, dei tempi immancabili.

 

di Alessandra Agosti

Quale volto aveva la città di Vicenza nell’epoca dei Lumi?

La Vicenza del Settecento era una città che vide Goethe e Goldoni, che accolse – pare per una notte – il giovanissimo Mozart; la stessa Vicenza, poi, tenne a battesimo Vivaldi operista e accolse gli intellettuali “progressisti” nel salotto di Elisabetta Caminer, la comunità ove si vissero le ultime vicende del governo della Serenissima prima dell’avvento napoleonico. Ebbene: com’era quella Vicenza? Che volto aveva la città nell’Epoca dei Lumi? La migliore documentazione iconografica ce la offrono, senza dubbio, le incisioni di Cristoforo Dall’Acqua. Grazie all’iniziativa dell’editore Gilberto Padovan è stato pubblicato tale inestimabile “corpus” di illustrazioni settecentesche in edizione anastatica. Lo stesso formato degli originali, conservati nella Biblioteca Bertoliana di Vicenza e la stampa su finissima carta d’arte rendono ancora più preziose tali vedute. La collezione delle undici stampe di Cristoforo Dall’Acqua sono arricchite da una presentazione scritta dal professor Franco Barbieri, un’autentica autorità in materia (il testo è proposto anche in traduzione inglese). Né l’inconfondibile ed elegantissimo “segno” del Dall’Acqua si limita ad una parata di architetture, palladiane o meno che siano. Il suo tocco non perde di vista la presenza umana, la “vita” dei vari luoghi deputati cittadini: ecco allora Piazza delle Biade, animata dai Comici dell’Arte, Piazza dei Signori percorsa dalle maschere, la Piazza del Castello ripiena di “popolo”, intento ad osservare il festoso trasporto della Rua. Scorci, rilievi, vedute “a grand’angolo” contribuiscono a rendere l’insieme di queste stampe non soltanto un felicissimo episodio di tecnica e di estro, ma un indispensabile “ passaporto” per riconoscere e giudicare la Vicenza di quasi tre secoli or sono. Una Vicenza che all’aspetto della “monumentalità” unisce, grazie proprio ai cavalieri e alle dame effigiati dal Dall’Acqua, l’aspetto d’un palcoscenico di commedia goldoniana sopra il quale l’occhio del tempo pare, come per incanto, essersi fermato. In un momento, per di più, particolarmente significativo: ad edificazione ultimata delle ultime “eredità” palladiane e prima d’una serie di interventi, molti dei quali francamente discutibili, portati a termine nell’Ottocento. In prodigioso equilibrio tra varie concezioni del “classico”, perciò, la Vicenza del Dall’Acqua è la migliore “città per la vita” ad uso degli abitanti ed un’autentica scoperta per il “forestiere”: i taccuini del soggiorno Goethiano, a tale proposito, parlano fin troppo chiaro.